(ANS – Las Palmas de Gran Canaria) – L’ultima fase del suo viaggio di sei giorni in Spagna Papa Leone XIV l’ha trascorsa nella Comunità Autonoma delle Isole Canarie: dopo le tappe a Madrid, più istituzionale, e a Barcellona, in omaggio al centenario della morte dell’“architetto di Dio”, Antoni Gaudí, il Santo Padre ha voluto espressamente inserire questa porzione di viaggio come manifestazione della vicinanza della Chiesa verso i più fragili e verso chi si prende cura di loro.
Nella penultima giornata, quella di giovedì 11 giugno, il Pontefice ha dapprima raggiunto Las Palmas e incontrato nel porto di Arguineguín, simbolo di drammatici approdi e di gratuita accoglienza, le realtà attive nel prestare soccorso ai migranti. Qui ha offerto numerosi messaggi e gesti evocativi di vicinanza concreta ai bisognosi, insieme ad una lettura lucida e attenta del fenomeno migratorio e della responsabilità di tutti per governarlo con saggezza.
Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare.
ha affermato il Papa, che nella circostanza ha anche gettato una corona di fiori in mare in ricordo delle migliaia di persone decedute nei viaggi della speranza lungo la famigerata “rotta atlantica”. Con cuore di padre, il Pontefice ha aggiunto ancora:
Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?
Il discorso del Papa ha avuto molti destinatari: dopo aver ascoltato la testimonianza di una giovane donna costretta a partire dalla mancanza di opportunità nel proprio Paese, ha rimarcato:
A tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile.
Ai migranti tutti, insieme con il loro riconoscimento della loro ineliminabile dignità, ha anche indicato la via della prudenza:
Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.
Poi ha mandato un altro messaggio a tutta la Chiesa:
L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a ‘cayucas e pateras’ (imbarcazioni di fortuna, NdR), poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno.
Quindi, si è rivolto anche ad autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali e tutti gli uomini e le donne di buona volontà, allargando anche lo sguardo e il discorso alle radici del fenomeno migratorio:
La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.
Con questi passaggi molti significativi il Santo Padre ha riconosciuto la dignità inviolabile dei migranti; ha consigliato prudenza a chi, disperato, pensa di affidarsi ai trafficanti di esseri umani; ha sferzato l’Occidente che si è ormai abituato a un Mediterraneo ridotto a cimitero; e ha ribadito anche il diritto a restare nella propria terra, trovandovi le giuste condizioni di pace e prosperità.
Sulla questione migratoria il Pontefice è tornato ancora il giorno successivo, venerdì 12 giugno, Solennità del Sacro Cuore di Gesù, nell’ultima mezza giornata di visita apostolica. In quest’occasione, a Tenerife, ha idealmente completato il viaggio iniziato a Las Palmas, e se lì si era rivolto alle organizzazioni attive nell’accoglienza, questa volta ha dialogo con quelle operanti nell’integrazione.
Anche in questo caso il suo discorso, di ampio respiro, con vera cattolicità, ha guardato al lavoro che tutti sono chiamati a compiere per una vera integrazione.
Dapprima, ha definito chiaramente i termini del discorso:
Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire. Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato.
Poi, ha lanciato un chiaro anatema contro chi si approfitta della condizione di bisogno dei migranti:
Voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione.
Infine, guardando il fenomeno migratorio anche in una dimensione verticale, ha lanciato un appello ai cattolici attivi nell’integrazione dei migranti:
che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
La conclusione, poi, ha rinnovato in modo significativo l’appello alla solidarietà e alla fraternità reciproca:
Cari fratelli e sorelle, tutti – in qualche modo – siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno.



